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giovedì 22 ottobre 2009

the book of love

The book of love is long and boring
No one can lift the damn thing
It's full of charts and facts and figures
and instructions for dancing

But I - I love it when you read to me
And you - You can read me anything

The book of love has music in it
In fact that's where music comes from
Some of it is just transcendental
Some of it is just really dumb

But I - I love it when you sing to me
And you - You can sing me anything

The book of love is long and boring
And written very long ago
It's full of flowers and heart-shaped boxes
And things we're all too young to know

But I - I love it when you give me things
And you - You ought to give me wedding rings

lunedì 19 ottobre 2009

un altro 11 settembre - by Renzo Martinelli

Voglio raccontarvi un altro undici settembre. Un undici settembre che questa Europa stanca e rassegnata ha completamente rimosso. L'undici settembre che vi racconto è quello del 1683. Voglio raccontarvelo perché è una pagina di storia che è ormai diventata materiale drammaturgico, si è trasformata in una sceneggiatura e, con l'aiuto di Dio, diventerà un film. Forse il prossimo anno. Forse quello successivo. Ma lo diventerà.
Nella primavera di quel 1683, un esercito di trecentomila musulmani comandati da Karà Mustafà parte da Istanbul e muove verso Occidente. Un esercito poderoso. Il più potente che l'Europa abbia mai visto. Una impressionante massa di uomini e cavalli e cammelli e carri. Devastano villaggi. Razziano tutto ciò che può essere mangiato. Rapiscono centinaia di donne per placare gli appetiti sessuali di migliaia di soldati costretti a marce di venti, trenta chilometri al giorno.

L'obiettivo dichiarato di Maometto IV è quello di conquistare Vienna e scendere con le sue armate fino a Roma. E, una volta lì, trasformare la basilica di San Pietro in una moschea.

Esattamente come i suoi antenati avevano fatto, anni prima, con la stupenda, inimitabile basilica di Santa Sofia a Costantinopoli. La «Mela d'Oro», così il mondo musulmano chiamava Vienna. Esattamente come noi, oggi, chiamiamo New York la «Grande Mela». È il cuore dell'Europa che deve essere conquistato. È Vienna la porta che consente di arrivare a Roma. Al centro della cristianità. Se questo disegno non riesce, se in quel lontano 1683 l'Europa non viene islamizzata, è perché un grande italiano di nome Marco da Aviano intuisce con molto anticipo rispetto agli intellettuali del suo tempo che dopo la sconfitta di Lepanto del 7 ottobre 1571, il mondo musulmano ha risollevato la testa e sta per riprendere la sua marcia verso Occidente. Marco è un sacerdote.
Un frate cappuccino. Ed è consigliere spirituale di Leopoldo I d'Asburgo. Sarà proprio Marco da Aviano a convincere i principi cristiani in lotta tra loro che l'Europa è in pericolo, che è arrivato il momento di formare una Lega Santa in grado di fermare l'avanzata musulmana. A fatica raccoglie ottantamila uomini. Ottantamila cristiani contro trecentomila musulmani. L'undici settembre 1683 Vienna è persa. Le cannonate dell'esercito di Karà Mustafà hanno aperto voragini nei bastioni di difesa. Le vie d'acqua sono state inquinate. Topi infetti sono stati gettati oltre le mura. La peste dilaga. L'Imperatore Leopoldo I fugge in battello lungo il Danubio e si rifugia a Linz. La sensazione diffusa a Corte è quella di una inesorabile disfatta.
L'undici settembre 1683 la Storia dell'Europa sta per cambiare. L'Occidente è affacciato sul baratro di un definitivo annientamento. All'alba del 12 settembre le truppe cristiane attaccano. E, contro ogni previsione, vincono. Per la grande «umma» musulmana, la sconfitta di Vienna è una ferita lacerante. Insanabile. Il rancore, la vergogna, l'odio per essere stati battuti e dominati dai cani infedeli nasce l'undici settembre 1683.
Tra quell'Europa e l'Europa nella quale oggi viviamo ci sono somiglianze agghiaccianti. Anche allora c'era un'Europa stanca, distrutta dalle guerre di religione, rassegnata. Un'Europa che aveva abdicato alle proprie radici cristiane.

La Storia ci ha insegnato che l'Islam ha antenne molto sensibili. «Sente» la debolezza dell'Europa. E si muove verso Occidente. Oggi, questa nostra Europa ha completamente dimenticato quell'altro undici settembre. Ha completamente dimenticato quel suo figlio straordinario di nome Marco da Aviano. Fate un esperimento. Chiedete a dieci amici chi sia Marco da Aviano. Chiedete a professori universitari. A intellettuali. A politici. Nessuno vi saprà rispondere. Dio benedica i francesi. Dio benedica quel loro sciovinismo esasperato. Quel loro fortissimo senso di appartenenza alle radici comuni. Per anni ci hanno sfinito con Giovanna d'Arco. Hanno prodotto decine di film sulla pulzella d'Orléans. Eppure, se la Storia non avesse avuto Giovanna d'Arco nulla sarebbe cambiato in Europa. Io mi chiedo, io vi chiedo: cosa sarebbe oggi l'Europa se la Storia non avesse avuto Marco da Aviano? Per questo è urgente realizzare un film su Marco da Aviano. Perché l'Europa capisca che la Storia, alla fine, presenta sempre il conto.

Noi ci troviamo di fronte a una cultura enormemente più forte di noi. Una immensa «umma» che crede fortemente in se stessa e in ciò che fa. Con valori profondi e condivisi. Tutte le civiltà, compresa la nostra, possiedono quella che io definirei «una presunzione di eternità». Purtroppo nessuna civiltà è eterna. Se questa Europa non recupera velocemente le proprie radici cristiane, se non rivendica con forza i valori fondanti della nostra civiltà, questa Europa verrà lentamente ma inesorabilmente fagocitata. E i valori fondanti sono quelli che vengono da Cristo e sui quali occorre mantenere una intransigenza assoluta: la sacralità della vita, l'amore per il prossimo, la parità assoluta tra uomo e donna. Se un'altra cultura penetra nel nostro territorio e pretende diritto di cittadinanza si deve adeguare a questi valori e li deve rispettare. Altrimenti non può e non deve avere cittadinanza. Un grande storico francese, Fernand Braudel, ha scritto che la Storia si muove per grandi sinusoidi. Le «onde lunghe della Storia». L'undici settembre 1683 rappresenta il punto più alto di penetrazione musulmana in Occidente. Da quell'anno, l'onda lunga dell'Islam ha iniziato la sua lenta, inarrestabile discesa. Oggi, la curva dell'Islam ha ripreso a salire. L'Islam ha ripreso la sua marcia verso Occidente. Non capire tutto questo significa non capire la Storia.

di Renzo Martinelli
tratto da: Il Giornale

giovedì 15 ottobre 2009

non è importante se non siamo grandi come le montagne


Cos’è una goccia d’acqua se pensi al mare,
un seme piccolino di un melograno,
un filo d’erba verde in un grande prato,
una goccia di rugiada che cos’è?

Il passo di un bambino, una nota sola
un segno sopra un rigo, una parola
qualcuno dice un niente, ma non è vero:
perché? Lo sai perché, lo sai perché?

Goccia dopo goccia nasce un fiume
un passo dopo l’altro si va lontano
una parola appena e nasce una canzone
da un ciao detto per caso un’amicizia nuova.

E se una voce sola si sente poco
insieme a tante altre diventa un coro
e ognuno può cantare anche se è stonato
da niente nasce niente, questo si.

Non è importante se non siamo grandi,
come le montagne, come le montagne,
quello che conta è stare tutti insieme
per aiutare chi non ce la fa,
per aiutare chi non ce la fa!

Goccia dopo goccia nasce nasce un fiume,
e mille fili d’erba fanno un prato;
una parola solo ed ecco una canzone
da un "ciao" detto per caso un’amicizia ancora.

Un passo dopo l’altro si va lontano
arriva fino a dieci poi sai contare
un grattacielo immenso comincia da un mattone
da niente nasce niente, questo si.

Non è importante se non siamo grandi
come le montagne, come le montagne,
quello che conta è stare tutti insieme
per aiutare chi non ce la fa.

Non è importante se non siamo grandi
come le montagne, come le montagne
quello che conta è stare tutti insieme, questo sì.
Da niente nasce niente, tutto qui!

giovedì 1 ottobre 2009

Dov'è Dio? by Salvatore Alletto

Dov'è Dio?

Dov'è Dio quando la gente soffre?

Dov'è Dio quando i bambini muoiono di fame?

Dov'è Dio quando l'innocente grida per il dolore subito?

Dov'è Dio nelle catastrofi naturali?

Sono queste le domande che spesso rendono le nostre notti un po' movimentate, che offuscano i nostri pensieri quando facciamo esperienza del dolore del mondo, le domande a cui non sembriamo in grado di dare una risposta.

Dov'è Dio?

E' questo l'interrogativo che ha attraversato la mente di molti di noi in quella fredda notte di inizio aprile quando, alle 3,32, a L'Aquila e dintorni, la terra ha tremato.

Dov'eri Dio?


E questa domanda mi è ritornata alla mente durante questa settimana di servizio nelle zona devastate dal terremoto alla vista di gente disperata, palazzi crollati, edifici disabitati. Quasi per "caso" mi ritrovo a prestare servizio con i giovani di Legambiente impegnati nel recupero dei beni artistici e culturali nelle chiese e nei palazzi dell'aquilano. Che strano! Cosa c'entro io che di storia dell'arte e beni culturali non capisco granché? Ma è vero che non ci sono coincidenze, ma provvidenze. Così quella mattina giunto ad Onna, la domanda che mi ronzava nelle orecchie in questi ultimi giorni si fa sempre più pressante.

Dov'è Dio? Dov'è?

Qui ad Onna è rimasto veramente poco. Macerie e silenzio ovunque. Lì in Chiesa ci sono le ultime suppellettili da recuperare. Tiriamo fuori qualche tavolo, il confessionale, frammenti interessanti. Ma non solo.


Perché mi accorgo che i Vigili del Fuoco, in quella Chiesa sventrata dalla forza del terremoto, sfidando l'altezza delle macerie cercano ancora qualcosa, direi qualcuno. Da 4 mesi e un giorno sta sepolto lì sotto le macerie: Gesù Eucarestia dentro il tabernacolo. Quasi non ci credo quando me lo dicono e spero e prego che Gesù venga ritrovato. Così quando ormai il sole sta per calare il Bobcat del vigile si arresta improvvisamente; chiamano, c'è qualcosa. E da quelle macerie fredde e informi promana un alito di vita e speranza: è il Cristo riposto in quel tabernacolo all'apparenza fragile eppure rimasto "illeso" dopo la furia del terremoto. Non credevo ai miei occhi e ringraziavo Dio di avermi fatto testimone di questo ritrovamento.


Non ho neanche il tempo di gioire che nella mia mente si materializza la risposta a quella domanda che mi ha da tempo angosciato.

Dov'è Dio?

Adesso posso rispondere.

Eccolo Dio, sepolto sotto le macerie silenziose e pesanti. Eccolo il Cristo, anche lui terremotato, condividere fino in fondo la sofferenza della gente terremotata.

Quel Cristo che dopo 4 mesi esce per ultimo è il segno di speranza che tutti aspettiamo. E' il segno di un "Dio con Noi". E se pure ce ne fosse bisogno, abbiamo anche le prove in quelle macerie che forse lo hanno nascosto ai nostri occhi ma non hanno minato la sua presenza viva e vera.


Adesso il suo posto diventa la tendopoli, insieme alla gente che soffre. Che il Cristo, terremotato anche lui, possa sostenere gli sforzi di rinascita della gente, possa ridonare speranza a chi ha il cuore ferito.

Grazie Gesù perché sei vicino a chi soffre.

Grazie Gesù perché sei terremotato anche tu.

venerdì 25 settembre 2009

Lost! - Coldplay

Just because I'm losin'
Doesn't mean I'm lost
Doesn't mean I'll stop
Doesn't mean I will cross

Just because I'm hurting
Doesn't mean I'm hurt
Doesn't mean I didn't get
What I deserve
No better and no worse

I just got lost
Every river that i tried to cross
Every door I ever tried was locked
Oooh and I'm just waiting 'till the shine wears off

You might be a big a big fish
In a little pond
Doesn't mean you won
Cause along will come a bigger one

You'll be lost
Every river that you try to cross
Every gun you ever held went off
Oooh and I'm just waiting 'till the fires start
Oooh and I'm just waiting 'till the shine wears off

sabato 19 settembre 2009

bilancio dell'estate

"L'estate sta finendo e un anno se ne va.

Sto diventando grande, lo sai che non mi va"

Questo perché aver avuto la grazia di fare animazione per due mesi mi ha fatto tornare indietro nel tempo. E so che sono molto maturata, ma capisco che ancora pochi anni e poi dovrò per un motivo o l'altro rinunciare ai campi, alle ER e a tutti gli annessi e connessi. Pagherei per tornare alle superiori e rivivere con più consapevolezza e al meglio tutte le estati passate!

Voglio ringraziare prima di tutto Gesù: è per lui che faccio animazione!
L'elenco continua con tutti gli amici del cel con cui ho fatto animazione: Igor, Gaia, Paolo, Marta, Marco, Jacopo, Martino, Giada, Lise, Alessio, Zoffy, Cris, Cristian, Silvia, Alma, Bruce, Mirco, Endy, Rachele, Beatrice, Mariachiara, Chiara, Sara, Luca, Giacomo, Pato.
Un enorme ringraziamento a Fabio, un salesiano-santo che ti riempie il cuore di Gesù!

Come diceva Sonia ieri sera: "e adesso, come farò nel mondo normale dopo un'estate così?"
L'interrogativo rimane aperto. Lo scopriremo solo vivendo (in Gesù).

Grazie!
Спосибо!
Multumesc!

giovedì 17 settembre 2009

qualcuno a cui guardo come esempio!

Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova,
tardi ti ho amato.
Ecco, eri dentro di me tu, e io fuori:
fuori di me ti cercavo,
e informe nella mia irruenza mi gettavo
su queste belle forme che tu hai dato alle cose.
Eri con me, io non ero con te.
Le cose mi tenevano lontano,
le cose che non ci sarebbero se non fossero in te.
Mi hai chiamato, e il tuo grido ha lacerato la mia sordità;
hai lanciato segnali di luce e il tuo splendore ha fugato la mia cecità,
ti sei effuso in essenza fragrante e ti ho aspirato
e mi manca il respiro se mi manchi,
ho conosciuto il tuo sapore e ora ho fame e sete,
mi hai sfiorato e mi sono incendiato per la tua pace.

"Se"




Se riesci a conservare il controllo quando tutti
Intorno a te lo perdono e te ne fanno una colpa;
Se riesci ad aver fiducia in te quando tutti
Ne dubitano, ma anche a tener conto del dubbio;
Se riesci ad aspettare e non stancarti di aspettare,
O se mentono a tuo riguardo, a non ricambiare in menzogne,
O se ti odiano, a non lasciarti prendere dall'odio,
E tuttavia a non sembrare troppo buono e a non parlare troppo saggio.

Se riesci a sognare e a non fare del sogno il tuo padrone;
Se riesci a pensare e a non fare del pensiero il tuo scopo;
Se riesci a far fronte al Trionfo e alla Rovina
E trattare allo stesso modo quei due impostori;
Se riesci a sopportare di udire la verità che hai detto
Distorta da furfanti per ingannare gli sciocchi
O a contemplare le cose cui hai dedicato la vita, infrante,
E piegarti a ricostruirle con strumenti logori;

Se riesci a fare un mucchio di tutte le tue vincite
E rischiarle in un colpo solo a testa e croce,
E perdere e ricominciare di nuovo dal principio
E non dire una parola sulla perdita;
Se riesci a costringere cuore, tendini e nervi
A servire al tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tener duro quando in te non resta altro
Tranne la Volontà che dice loro: "Tieni duro!".

Se riesci a parlare con la folla e a conservare la tua virtù,
E a camminare con i Re senza perdere il contatto con la gente,
Se non riesce a ferirti il nemico né l'amico più caro,
Se tutti contano per te, ma nessuno troppo;
Se riesci a occupare il minuto inesorabile
Dando valore a ogni minuto che passa,
Tua è la Terra e tutto ciò che è in essa,
E - quel che è di più - sei un Uomo, figlio mio!

Rudyard Kipling

mercoledì 16 settembre 2009

from "lettera ai cercatori di Dio"

Amore e fallimenti

Siamo fatti per amare. L’amore dà la vita e vince la morte: “Se c’è in me una certezza incrollabile, essa è quella che un mondo che viene abbandonato dall’amore deve sprofondare nella morte, ma che là dove l’amore perdura, dove trionfa su tutto ciò che vorrebbe avvilire, la morte è definitivamente vinta” (Gabriel Marcel). Ne siamo consapevoli, anche quando le parole che pronunciamo e i fatti di cui è intessuta la nostra esistenza non sono in grado di esprimere quello che abbiamo intuito e che desideriamo. Ci fanno paura le persone aride, spente nella voglia di amare e di essere amate.


L’amore è irradiante, contagioso, origine prima e sempre nuova della vita. Per amore siamo nati. Per amore viviamo. Essere amati è gioia. Senza amore la vita resta triste e vuota.

L’amore è uscita coraggiosa da sé, per andare verso gli altri e accogliere il dono della loro diversità dal nostro io, superando nell’incontro l’incertezza della nostra identità e la solitudine delle nostre sicurezze.


Imparare ad amare

Quella dell’amore è la storia più personale della nostra esistenza. Riconosciamo i percorsi e proclamiamo gli eventi che la punteggiano. Ma ci troviamo spesso affaticati, stanchi, sollecitati a fermarci al bordo della strada a causa di delusioni e incertezze.

Riconosciamo che nella via dell’amore c’è sempre una provenienza, un’accoglienza e un avvenire. La provenienza è l’uscire da sé nella generosità del dono, per la sola gioia di amare: l’amore nasce dalla gratuità o non è. L’accoglienza è il riconoscimento grato dell’altro, la gioia e l’umiltà del lasciarsi amare. L’avvenire è il dono che si fa accoglienza e l’accoglienza che si fa dono, l’essere liberi da sé per essere uno con l’altro e nell’altro, in una comunione reciproca e aperta agli altri, che è libertà.


Tutto questo è difficile. Mille ostacoli attraversano il cammino e spesso lo bloccano.

Basta uno sguardo al mondo dei rapporti umani, per constatare l’evidenza di tanti fallimenti dell’amore, un’evidenza che appare perfino chiassosa e inquietante. Siamo fatti per amare e scopriamo quasi di non esserne capaci. Originati dall’amore, ci sembra tanto spesso di non saper suscitare amore.

Perché? Ce lo chiediamo quando la nostalgia di esperienze di amore intense e limpide attraversa la nostra esistenza e colora i nostri sogni. Qualcuno, raccogliendo le parole dalla sua esperienza, suggerisce ragioni e prospettive di questa fatica di amare, tutte, comunque, da verificare in prima persona. Sono la possessività, l’ingratitudine e la tentazione di catturare l’altro le forme che più comunemente paralizzano il cammino dell’amore.


La possessività paralizza l’amore perché impedisce il dono, bloccando il cuore in un avido e illusorio accumulo di ricchezza per sé. L’ingratitudine è l’opposto della riconoscenza gioiosa. Impedisce l’accoglienza dell’altro e impoverisce l’anima, perché dove non c’è gratitudine, il dono stesso è perduto. La cattura è frutto della gelosia, e insieme della paura di perdere l’istante posseduto: in una sorta di sazietà illusoria essa chiude lo sguardo verso gli altri e verso l’avvenire. Come superare queste resistenze? Come divenire capaci di amare oltre ogni possessività, ingratitudine e prigione del cuore? Chi ci renderà capaci di amare?


Rinascere sempre di nuovo nell’amore

Abbiamo cercato parole per dire il nostro amore, quello che ci fa nascere, vivere e sperare. Abbiamo dovuto usare parole amare, come delusione, fallimento, tradimento, incertezza, chiusura, egoismo. Non tutto è così, per fortuna.

La nostra esperienza di amore sa rinascere. Parliamo di fallimento proprio perché sogniamo esperienze diverse. Sogniamo esperienze nuove perché altri, amici vicini o sconosciuti, ci restituiscono fiducia nell’amore e sicurezza nella sua vittoria, nonostante tutto.


Davvero lo scontro tra amore e tradimento mette la nostra esistenza in una condizione di inquietudine, che scopriamo sempre presente e nuova, anche quando ci sembra d’averla superata e risolta. Nel silenzio del nostro cuore inquieto troviamo una domanda che avvolge tutto il mistero del nostro esistere e che si proietta in avanti, anche quando sperimentiamo risposte che sembrano soddisfacenti.

Soprattutto deve diventare veramente nostra la risposta che ognuno di noi darà a questa domanda. Ciascuno è chiamato a esprimerla nella sua storia personale e a dire a se stesso le sue buone ragioni per amare e superare le resistenze ad amare a partire dal proprio vissuto. La solidarietà che ci lega ci spinge però a rompere il silenzio per farci ciascuno proposta agli altri.


Sì: c’è in noi un immenso bisogno di amare e di essere amati. Davvero, “è l’amore che fa esistere” (Maurice Blondel). È l’amore che vince la morte: “Amare qualcuno significa dirgli: tu non morirai!” (Gabriel Marcel). Eugenio Montale esprime intensamente questo bisogno, che è insieme nostalgia, desiderio e attesa, nei versi scritti dopo la morte della moglie, dove è proprio l’assenza della persona amata a far percepire l’importanza dell’amore, che vive al di là di ogni fragilità e interruzione:


Ho sceso, dandoti il braccio,

almeno un milione di scale

e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.

Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.

Il mio dura tuttora, né più mi occorrono

le coincidenze, le prenotazioni,

le trappole, gli scorni di chi crede

che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio

non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.

Con te le ho scese perché sapevo che di noi due

le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,

erano le tue.


In questo bisogno di rinascere sempre di nuovo nell’amore

ci sembra riconoscibile una nostalgia: quella di un amore infinito…



] la perseveranza alla fine premia [ ] Levin e Kitty [

— Aspettate — disse, sedendo al tavolo. — Da tempo volevo chiedervi una cosa. Egli la guardava dritto negli occhi carezzevoli, sebbene spaventati. — Domandate, vi prego. — Ecco — egli disse, e scrisse le lettere iniziali: q, m, a, r: q, n, p, e, s, m, o, a? Quelle lettere volevano significare: “quando mi avete risposto: questo non può essere, significava mai o allora?”. Non c’era nessuna probabilità che ella potesse decifrare questa frase complicata; ma egli la guardò con tanta ansia come se la sua vita dipendesse dall’aver ella capito o no quelle parole. Kitty lo guardò seria, poi poggiò la fronte corrugata sulla mano e cominciò a leggere. Di tanto in tanto dava un’occhiata a lui, domandandogli con lo sguardo: “È quello che penso?”. — Ho capito — disse, arrossendo. — Che parola è questa? — egli disse, indicando l’m con cui era significata la parola “mai”. — Questa parola significa “mai” — ella disse — ma non è vero! Egli cancellò in fretta quel che era scritto, le dette il gesso e si alzò. Ella scrisse: a, i, n, p, r, d. Dolly si consolò completamente del dolore arrecatogli dalla conversazione con Aleksej Aleksandrovic, quando sorprese queste due figure: Kitty col gesso in mano e con un sorriso timido che guardava di sotto in su Levin, e la bella figura di lui curva sul tavolo, con gli occhi ardenti, fissi ora sul tavolo ora su di lei. A un tratto egli s’illuminò tutto: aveva capito. La scritta significava: “allora io non potevo rispondere diversamente”. Egli la guardò interrogativamente con timore. — Soltanto allora? — Sì — rispose il sorriso di lei. — E o... ora? — egli domandò. — Ebbene, ecco leggete. Dirò quello che desidererei. Quello che desidererei tanto. — Ella scrisse le iniziali: “c, p, d, e, p, q, c, e, s”. Questo significava: “Che possiate dimenticare e perdonare quello che è stato”. Egli afferrò il gesso con le dita tese, tremanti, e, spezzatolo, scrisse le iniziali di quel che segue: “Non ho nulla da dimenticare e perdonare, non ho mai cessato di amarvi”. Ella lo guardò con un sorriso che s’era fermato sul suo volto. — Ho capito — disse piano. Egli sedette e scrisse una lunga frase. Ella capì tutto e senza chiedere: “È così?” prese il gesso e rispose immediatamente. Egli per parecchio tempo non riuscì a capire quello ch’ella aveva scritto e la guardava spesso negli occhi. La mente gli si annebbiò di gioia. Non riusciva in nessun modo a sostituire alle lettere le parole ch’ella intendeva; ma negli occhi di lei, raggianti di felicità, capì tutto quello che doveva sapere. E scrisse tre lettere sole. Ma non aveva ancora finito di scriverle e lei già leggeva dietro il suo braccio e terminava lei stessa e scriveva la risposta: “Sì”. — Giocate al secrétaire? — disse il vecchio principe accostandosi. — Su, però, andiamo, se vuoi arrivare in tempo a teatro. Levin si alzò e accompagnò Kitty alla porta. Nella loro conversazione era stato detto tutto; ch’ella lo amava e che avrebbe detto al padre e alla madre ch’egli sarebbe andato da loro l’indomani mattina.


L. N. Tolstoj "Anna Karenina"